Biblioteca Baltica

Scaffale di letteratura lettone, narrativa e poesia (traduzione italiana a cura di Paolo Pantaleo)

Andriksons

di Rūdolfs Blaumanis
(1899)

“Un fattore vorrebbe parlare con voi, signor barone”.
“Chi è?”.
“Il fattore di Klaucēni”.
Ah, arrivo.. Cosa vuole?”.
“Non so, signor barone. Non lo dice”.
“Va bene”.
L’ossuto maggiordomo scomparve in silenzio dallo studio, e il barone proseguì brevemente nella lettura. Poi la pagina del giornale si chiuse in un fruscio e lui si alzò. Pallido per il caldo, si accostò alla grande finestra che la marchesa aveva serrato, e la aprì appena. Come da una stufa, una vampata di calore lo investì. “Terribile”, mormorò chiudendo di nuovo la finestra e osservando il barometro, che già da una settimana segnava “secco”. Ancora nessuna speranza! Il barone con una smorfia si avviò a passi lenti verso il tavolino, sul cui marmo nero era posato un piatto d’argento, con alcuni pezzi di ghiaccio e una bottiglia di soda. Versata della soda fresca in un bicchiere di cristallo sfaccettato, il barone si mise a bere.

Quindi si diresse nella sala da pranzo. Il castello non aveva stanze riservate per i colloqui coi contadini, per questo il barone li riceveva in corridoio. Così era sempre stato, dai tempi di suo padre e di suo nonno. Ma il barone proveniva dalla raffinata università della capitale, e il rispetto di sé e del suo titolo non gli consentivano di parlare per mezz’ora o un’ora coi propri contadini, dove il vento faceva riscontro e le cameriere, il maggiordomo, il personale di servizio potevano ascoltare ogni parola. Ma in sala da pranzo, dove prima gli si consentiva di entrare, i fattori lasciavano impronte di stivali ovunque e l’odore di fieno e di abiti umidi era così persistente, che il barone dovette ripristinare la vecchia usanza del padre e del nonno, almeno finché non fosse stata predisposta una stanza adatta. Così anche stavolta aveva intenzione di ricevere in corridoio, quando si ricordò che quello di Klaucēni era uno dei suoi fattori che aveva ricevuto un’istruzione. Forse si sarebbe salvato almeno dall’odore di grasso. E poi quello era il figlio del fattore che suo padre teneva più in considerazione. Il giovane barone premette il dito sul campanello e l’ossuto maggiordomo riapparve. “Conducilo in sala da pranzo” ordinò. “Sì, signor barone” rispose il maggiordomo, con un leggero inchino, ed uscì. Il barone girò intorno all’ovale del tavolo. In fin dei conti quell’uomo poteva anche avere stivali sporchi di grasso, ed in tal caso trovarsi a quattro passi di distanza sarebbe stato un bene. E poi lui non consentiva che gli si baciasse la mano, fossero pure persone istruite. Così il tavolo nel mezzo aveva il tacito significato del divieto del baciamano, se il fattore avesse avuto la delicatezza di intenderlo. In corridoio il barone usava tenere le mani dietro la schiena, come per dire gentilmente: “non importa, non importa”. Ma provava sempre una sensazione sgradevole e gli era così difficile, da spingerlo a ripetere quella scena. Un attimo dopo la porta si aprì e un uomo con un vestito semplice ma dignitoso, si soffermò sulla soglia. “Buongiorno onorevole signor barone”. “Buongiorno”. Il saluto suonava molto educato, il suo contegno cortese. Il signore e il fittavolo si scambiarono uno sguardo.

Il barone osservò il viso del contadino, abbronzato, in salute, bello, su cui si potevano leggere forza e fiducia in se stesso – il fattore guardava i lineamenti fini, pallidi, i grandi occhi gentili e la bocca, abituata a pronunciare ordini. “Voi siete Andriksons, il proprietario di Klaucēni?” disse il barone. “Sì, onorevole barone”. “Sono lieto di vedervi, Andriksons. Ho sentito parlare di voi. Siete un onesto, fedele fattore”. Andriksons si schernì e borbottò qualcosa fra sé. Infine disse: “Bisogna lavorare, signor barone, altrimenti di questi tempi non si va avanti”.

“ Sì, va male”, rispose il barone. “Sono tempi duri per i piccoli, come per i grandi terrieri. E’ da tanto che guidate Klaucēni?”. “Mio padre è morto due anni fa, signor barone”. “Dunque avete avuto abbastanza tempo per imparare da lui a mandare avanti la proprietà. Come vanno le cose?” “Signor barone, permettetemi di non rispondere a questa domanda”. “E perché?” “Perché di fronte a voi signor barone, ecco… non vorrei apparirvi ingrato. Il signor barone ci ha scontato due rubli per tallero questa estate, così di fronte a voi non posso lamentarmi per le pessime speranze del raccolto d’autunno”. “I vostri campi sono in cattive condizioni, Andriksons?” “Non piove, signor barone. E la terra è quasi diventata pietra”. “Già, ehm. Ma i campi possono ancora assorbire. Adesso è caldo è secco da così tanto tempo, che ogni giorno possiamo aspettarci un temporale. Certo non oggi, a quanto pare”, terminò sorridendo, mentre ripensava al barometro. “Per servire, la pioggia servirebbe, ma non migliorerà molto le cose, signor barone”. “Male” fece il barone. “Questo è un male, Andriksons. Ma dicevate di non essere venuto a lamentarvi per questo. Avete dunque qualcos’altro da dirmi, caro Andriksons?” “Rispettabile signor barone…” iniziò il fattore, incespicando fra le parole e arrossendo. “Parlate dunque liberamente, Andriksons. Ho già dimostrato le mie buone intenzioni a tutti i miei fattori. Ma voi in particolare, il figlio del fattore che mio padre stimava di più, sono pronto a difendervi in ogni momento. Questo in caso ne abbiate bisogno. Sembrate dello stesso stampo di vostro padre. Quantomeno il vostro aspetto lo dimostra. Parlate, senza alcuna… parlate senza paura”. Il fattore teneva un pugno chiuso, e con l’altra mano si stropicciava meccanicamente il polso. “Rispettabile signor barone” disse “non sono venuto per lamentarmi di fronte a voi. Ma devo protestare nei confronti del vostro guardaboschi”. “Il guardaboschi? Cosa? … Forse vi rifiuta qualcosa che vi serve?” “Minaccia di portarmi in tribunale”. “Cosa, cosa! E perché?” “Perché ho abbattuto delle querce illegalmente”. Il barone per un attimo impercettibile assunse un’espressione più severa. “Cosa? Cosa? Avete abbattuto delle querce? Come può affermare una cosa del genere? Le avete abbattute davvero?” “Rispettabile signor barone… sì. Ma non illegalmente”.

“Sentite, sentite, sentite Andriksons! Dove avreste abbattuto queste querce?” “Dove ne avevo il diritto”. Il barone alzò i suoi occhi chiari sul fattore e per un attimo lo fissò duramente. “Il vostro diritto? E sostenete di non aver agito contro la legge?” disse lentamente. “Voi conoscete il vostro contratto. Non v’è scritto da nessuna parte che vi sia concesso di abbattere neppure un pioppio senza il permesso del castello. Figurarsi delle querce! Dunque se lo avete fatto, avete commesso un’azione illecita”. “Signor barone, può apparire così. Ma se permettete di spiegarvi… allora.. allora.. il signor barone vedrà le cosa in tutt’altro modo”. Sul volto del barone scese un’ombra. Con le migliori e più pure intenzioni aveva lasciato la carriera di funzionario per tornare nei possedimenti di famiglia, ad occuparsi dei suoi centocinquanta contadini, dare consigli, aiuto, protezione. Con suo padre già malato e lui all’estero per diversi anni, la gestione delle proprietà era stata affidata ad un parente privo di scrupoli. Ciò che quell’uomo aveva compiuto, la sua eccessiva severità, lui voleva trasformarlo in bene. Non aveva dato retta alle voci che lo mettevano in guardia sulla gente del distretto di Baltezers, ostinata, ingovernabile, viziata per troppa gentilezza e fiducia. Aveva tenuto a mente il paragone che raccontava della scommessa fra sole e tempesta, ed era tornato al palazzo di suo padre con la coscienza del vincitore.

Ecco lui vedeva iniziare la battaglia. Anzi, era già cominciata. In quel paio di mesi, da quando aveva preso ad amministrare la proprietà, aveva già sperimentato alcune spiacevoli faccende. Gli avevano consegnato false ricevute di pagamento di certi affitti, e un guardaboschi gli aveva addirittura chiesto una tangente. E poi quel fattore che aveva rubato dal forno due carretti di mattoni. Ora lo attendeva una nuova prova. “Parlate”, disse il barone, mantenendo un tono di voce cortese. “Signor barone, permettetemi di iniziare dai tempi andati”. “Parlate, parlate”. “Devo ricordare i tempi del servaggio. Quando si iniziò ad affittare le terre, a Klaucēni c’era più bosco che terreni. Quasi ovunque, e così non poteva restare. C’era da pagare l’affitto. Ma da quelle poche terre, come ricavarlo! Per questo il signor barone ora scomparso dette libertà ai fattori di abbattere gli alberi e allargare i campi. Ogni primavera si abbatteva e bruciava, e poi si seminava a grano i campi. Questo accadde per molti anni. Poi riprese il divieto”. “Sì” annuì il barone, “decadde la licenza, anche di abbattere un solo albero”. “E’ così, rispettabile signor barone. Ma ai tempi della concessione, mio padre si astenne dal tagliare le querce nel suo terreno. Non ricordo – allora ero un bambino – che lui abbia tagliato una sola quercia, per quanto fosse permesso. Alcune erano ancora esili. Lasciamo che crescano, diceva lui. Ce n’era anche di più grandi. Quelle saranno d’ornamento per i campi, diceva sorridendo. Lasciamole stare, quando ci servirà le taglieremo. Così quegli alberi rimasero in vita, e alcuni dei nostri campi ora sembrano giardini di querce”. “E voi avete abbattuto alcune di quelle” “Di quelle, signor barone. Sarebbero già tutte bruciate come legna da ardere o finite in altro modo, se mio padre non le avesse risparmiate. Vi prego di non offendervi se oso dire, che io.. vediamola così… ho abbattuto sul suo terreno querce che erano mie proprie. Le ho ereditate da mio padre”. Il barone si appoggiò leggermente alla credenza e i lineamenti delle sue labbra apparirono più severi: “Cos’ha fatto quest’uomo? Forse ha una mente limitata, che gli fa ritenere che i diritti di suo padre persi e ormai scaduti gli appartengano ancora per la vita e oltre? Oppure è solo la furbizia da contadino, che lo spinge a parlare così? E perché ha abbattuto le querce proprio adesso? Voleva forse usare il passaggio di proprietà di Baltezers a suo vantaggio? Questi casi sono sempre legati a piccole confusioni e inevitabili negligenze, fra le fattorie e la sovrintendenza generale. “Perché non avete abbattuto quegli alberi finché mio padre era ancora in vita?” chiese il barone. “Lui era a conoscenza della questione. Perché avete agito proprio ora?” “Perché a me quegli alberi servivano proprio adesso, signor barone”. “Per cosa?” “Ho costruito un carro per andare a Riga e altri due per i lavori”. “Dunque avete abbattuto tanti alberi per quanti ve ne servivano per questi tre carri. Perché una quercia per i carri? Un intera tavola si può ricavare da un abete”. “Il piano e il dietro da legno d’abete, signor barone, raggi, mozzo, ruote e cerchi da quercia, frassino e olmo”. “Così dunque. E voi avete abbattuto tanti alberi quanti ne servivano per costruire i carri?” “Rispettabile signor barone… devo dirvi.. dove… ho abbattuto più alberi”. “Di più?!” Sulle pallide guance del barone spuntò un leggero rossore. Un tale, evidente, vergognoso furto d’alberi! E quest’uomo di fronte a lui, con questa faccia onesta, non voleva confessare, e per tale motivo ha inventato una così bella favola… Il barone andò nel suo ufficio e bevve lentamente un bicchiere d’acqua di soda. Quando tornò indietro il rossore sul volto era sparito. “Sentite Andriksons, siamo entrambi persone ragionevoli. Perché ci sono queste leggi? Confessate apertamente quello che avete fatto. Lo so bene, il contadino considera il bosco come… come una proprietà comune, da cui prendere la propria parte, impunemente. Voi siete andato a scuola, ma il vecchio Adams, ecco, le vecchie abitudini vi sono in parte rimaste nelle ossa. Questa considerazione vi ha contotto a commettere un torto. Non fatemi un torto maggiore adesso, cercando di fronte a me di difendervi e nascondervi. La cosa è chiara, voi avete rubato quelle querce”. Fu come se le ultime parole del barone non fossero solo parole, ma parole e fendenti allo stesso tempo. Il capo del fattore ebbe una visibile scossa, e il suo viso impallidì. “Signor barone” fece dopo un po’, esitando e fissando il barone, “signor barone, se queste… sono le sue parole… io non posso accettarle”. “Non posso farci niente, caro Andriksons. Bisogna chiamare le cose con il loro nome… Quanti rubli il guardaboschi ha valutato gli alberi abbattuti?” Andriksons restò in silenzio. “Trecento” rispose alla fine, piano, e aggiunse: “In questo caso andremo in tribunale”. “Ah! Trecento!… Beh, spero ci accorderemo senza dover ricorrere al processo”. “E’ quello che spero anch’io, signor barone”. Il barone si fermò a riflettere. Come uscire da quella situazione nel miglior modo? Non voleva punirlo con la multa. In fondo il fattore forse era davvero convinto che le querce gli fossero dovute di diritto. Il barone aveva sentito parlare del vecchio Andriksons, e il figlio sembrava onesto. E in questo caso non era forse troppo pagare quella multa per intero? Ma neanche voleva sembrare troppo accomodante, per una questione di principio. Però non sapeva immaginare quanto, ad occhio e croce, Andriksons avrebbe potuto pagare. “Dunque, che ne pensate Andriksons, se vi comminassi una multa?” chiese il barone e puntò i suoi occhi chiari su quelli del contadino, che aveva la fronte solcata da due rughe profonde. “Rispettabile signor barone, sarà così benevolo da considerare che io sia, di fronte a voi, nel rispetto della legge”. “Questo non posso farlo, non posso Andriksons. Riflettete. Se almeno aveste abbattuto solo quanto necesario per i tre carri! Ma ne avete abbattuti di più! Perché lo avete fatto?” Il barone non distoglieva lo sguardo da Andriksons, che inutilmente si sforzava di non arrossire. Abbassò gli occhi per un momento e poi disse con voce dura: “Non voglio nascondervi niente, signor barone. Le altre querce le volevo vendere. L’ho fatto di nascosto perché il signor barone mai mi avrebbe permesso di tagliare un solo ramo”. “Ecco… Ecco. Come potevate saperlo, Andriksons?” “Signor barone, mi permetta di chiederle: mi avrebbe dato quelle querce?” Il barone si stava innervosendo. Aveva studiato bene come comportarsi coi contadini. Con quelli “semplici” in modo paterno, con gli “istruiti” cordialmente. Inoltre voleva sinceramente passar sopra l’inevitabile mancanza di forma e di tatto. In realtà gli era difficile. In vita sua si era sempre sentito un signore, un gran signore, e lo turbava profondamente quando gli si mancava di rispetto. In teoria lui considerava alla pari un nobile intelligente e un contadino intelligente, ma in realtà l’orgoglio ereditato dagli avi nei secoli, da cui nasceva il suo disprezzo, parlava con più forza della voce della ragione. Il barone corrugò la fronte. “Voi non parlate educatamente con me, Andriksons” disse serio. “Su ciò che sarebbe successo o meno, adesso non importa litigarci sopra. Dobbiamo discutere di quello che è accaduto adesso. Vi prego di non perdervi in discussioni inutili”. Il barone pronunciò le ultime parole quasi con rabbia, da un lato per la naturale irritazione causata dalle parole di Andriksons, dall’altro per una sensazione confusa, che lui quegli alberi forse non glieli avrebbe davvero dati.

“Vi chiedo scusa, signor barone, non volevo far arrabbiare il signor barone” disse il fattore. “Ma a mia discolpa, il guardaboschi quegli alberi non me li avrebbe concessi, se li avessi chiesti. Mio padre li ha risparmiati per me e me li ha lasciati insieme alla casa. Per questo ho dovuto abbattergli in segreto. Questo devo dire”. “Dunque non ammettete la vostra colpa?” “Rispettabile signor barone, quello che mio padre ha conservato per me, quello che mi ha lasciato, è mio – come è suo ciò che suo padre scomparso ha conservato e lasciato a voi”. Questo perentorio paragone fece perdere la pazienza al barone. Rientrò a passi svelti nel suo studio, intenzionato a non dire più una parola ad Andriksons, chiamare il maggiordomo e ordinargli di accompagnarlo fuori. Ma poi si fermò a riflettere, bevve un altro mezzo bicchiere d’acqua fresca e si mise a cercare le carte delle tasse forestali. Senza esser riuscito a trovarle, tornò nella sala da pranzo. “Il guardaboschi ha valutato le querce trecento rubli. Voi me ne pagherete cento, Andriksons” disse con calma e brevemente. Andriksons se ne stava sempre ritto, rigido e muto, stringendosi forte le mani. “Rispettabile signor barone, davvero mi considerate un ladro?” disse con voce tremante. “Avete sentito il prezzo!” disse il barone trattenendo la rabbia. “Non vi denuncio come ladro. Vi considero un acquirente. Voi avete acquistato da me quelle querce!”. “Rispettabile signor barone, come posso comprare qualcosa che già mi appartiene? Se potevo tagliare le querce, non devo pagare, se non le potevo tagliare, allora sono un ladro.” Il barone attraversò da lato a lato un paio di volte la sala da pranzo, fino a fermarsi accanto alla credenza, accarezzando il bordo freddo del mobile con le sue bianche, sottili dita. “Sentite Andriksons, adesso vi parlerò in modo che mi possiate comprendere. Non posso pensare che siate così sciocco da non capire, quello che avete fatto. Con l’intenzione di far stare dritto ciò che non può. Questo lo sapete bene. Sapete molto bene che a vostro padre il permesso fu dato solo per quella volta e non per sempre. Se vostro padre a quel tempo, quando ebbe il permesso e non tagliò gli alberi, ebbene quel permesso lo ha sprecato e dunque perso. Voi non potevate in alcun modo ereditare quell’autorizzazione. Questi diritti non passano da padre a figlio.Voi avete agito contro la legge, e se non vi porto in tribunale, non dovete ringraziare nessun diritto, ma solo la mia indulgenza!”

Sul viso di Andriksons passò come un lampo, si prese le mani e si strofinò i pollici l’uno con l’altro. Poi disse in preda all’eccitazione: “Il rispettabile signor barone non mi porta in tribunale, ma comunque mi umilia. So bene che la legge è contro di me. So che è fatta così di fronte a tutti e non può essere in un modo oggi e in un altro domani. Ma se la legge è contro di me, anche il signor barone lo deve essere? In tali circostanze lo stesso barone può fare la legge. Di fronte al barone io sono colpevole oppure no? Il signor barone afferma di sì. Per cosa? Perché il signor barone non mi crede. Altrimenti non dovrei pagare… Cosa devo fare? Posso solo affermare che mio padre era un onest’uomo, che non ha accresciuto di un copeco altrui le sue proprietà. E io ho intenzione di seguire le sue orme. Sì, signor barone, io posso giurare che è tutto come l’ho raccontato. Sapevo di rubare. Sì lo sapevo. Ma credevo di rubare del mio. Poiché né a voi, né ad altro, se non a me solo, mio padre lasciò quelle querce, che altrimenti sarebbero già cenere da lungo tempo!” Il barone si voltò verso la finestra e gettò uno sguardo fra i campi, dove fiorivano i gerani. La voce di un uomo, quando trema, spinge ad essere creduta. Con questa voce Andriksons stava parlando. Il barone ne era convinto. Ma poteva consentire una cosa del genere? Poteva lasciare Andriksons del tutto impunito? Quali conseguenze sarebbero nate da una tale gentilezza? Non sarebbe stato forse un incentivo anche per gli altri contadini a distruggere i boschi e a chiedere per sé la stessa grazia concessa ad Andriksons? Un’infinita serie di liti e di reati si presentava di fronte agli occhi del barone… O forse doveva chiedere e ammonire Andriksons di stare zitto? Tale segretezza non si confaceva alla sua dignità. Oltre tutto Andriksons aveva già sentito l’ammontare della richiesta e il barone aveva l’abitudine di rimanere della sua parola. No, non si poteva far altro che chiedere ad Andriksons di pagare. Al barone dispiaceva, ma non c’era altro da fare. Si voltò di scatto: “Andriksons, mi consegnerete adesso cinquanta rubli. Gli altri cinquanta – fra sei anni”. Il barone pensava che sei anni fossero un tempo abbastanza lungo, per far sì che, per qualche insignificante ragione, il debito venisse poi cancellato dai libri mastri. La figura possente di Andriksons sembrò quasi sgonfiarsi. Gettò al barone un breve sguardo ferito, e disse con voce rotta: “Signor barone, dunque di fronte a voi io sono e rimango un ladro. Bene. Allora portatemi in tribunale. Quei cento rubli non mi spingeranno a mettermi un cartello da mendicante al collo. Che finiscano dove già ne giacciono a migliaia… Io rinuncio alla sua compassione, signor barone”. Il barone socchiuse le palpebre, alzò appena la testa e rivolse al suo interlocutore uno sguardo che diceva chiaramente: “Verme”. Niente riscalda un uomo più velocemente che il testardo rifiuto di un favore. “Come preferite, Andriksons – come preferite”, disse freddamente e lasciò la sala da pranzo a passi lenti e dignitosi. Ma nel suo studio ripenserà di nuovo alle parole di Andriksons: “Che finiscano dove già ne giacciono a migliaia… Io rinuncio alla vostra compassione signor barone.. Aspetta un po’, ragazzino, io ti…!” Il barone si sedette e prese di nuovo in mano il giornale. Ma non riusciva a leggere nient’altro che “finiscano dove già ne giacciono a migliaia… Io rinuncio alla vostra compassione, signor barone…” Suonò brevemente il campanello e ordinò al maggiordomo di chiamargli il guardaboschi. Nel frattempo Andriksons aveva lasciato la sala da pranzo, si era rimesso il cappello in testa ed era uscito fuori nel calore del sole. Era pieno di dolorosa rabbia, da non accorgersi neanche dove stava andando. Solo quando fu in mezzo ad un forte odore di resina e aria fresca, si accorse che era nei boschi del castello di Baltezers, sulla strada verso casa.

Un bell’albero, alto e slanciato, faceva ombra lungo il sentiero, e lui si sedette su un troncone.
Così quella era la famosa gentilezza del barone… Trecento rubli… Un ladro… Il figlio del vecchio Andriksons, accusato di essere un ladro… Non poteva crederci… Aveva giurato ma lui non gli aveva creduto! No, non poteva essere. Il barone doveva credergli, la cosa era talmente chiara. Ma lui voleva quei soldi, quello era il gancio. Aveva deciso di non credergli, perché voleva quei cento rubli. Era così facile dire: “Andriksons, hai peccato di fronte alla legge” – che non ha voluto ascoltare la legge del suo cuore. Si alzò e riprese a camminare. Nonostante tutta l’agitazione, sentiva una gran fame.
Gli era venuto in mente che quella mattina sua moglie gli aveva preparato del formaggio, che lui aveva scordato sulla tavola insieme alla pipa; poi lei lo aveva messo in guardia, che non agisse precipitosamente e lui con tranquillità gli aveva risposto di non aver paura, che tutto sarebbe andato bene. Adesso cosa avrebbe detto una volta tornato a casa? Non aveva forse agito con precipitazione? Non sarebbe stato meglio pagare quei cento rubli? Gli veniva in mente quel detto, “non ti mettere contro e non andare in giudizio contro un ricco”. Ma forse era ancora possibile che le cose volgessero al meglio?.. No, era troppo tardi, il barone si era infuriato, lui gli aveva messo di fronte il suo orgoglio, e questo il barone non poteva cancellarlo dalla sua memoria… Ma se anche il barone fosse stato pronto a concedergli il perdono – lui non poteva più andare a chiederglielo! Avrebbe ammesso di essere colpevole, e lui colpevole non lo era! Ma proprio per niente?… No, o almeno era colpevole tanto quanto può esserlo chi tira fuori un cavallo di sua proprietà dalla stalla del vicino, senza che il vicino lo sappia. Era successo questo, proprio questo. Andriksons si rammaricava che di fronte al barone non gli fosse venuto in mente questo bel paragone. Ma avrebbe potuto tirarlo fuori in tribunale se gli avessero fatto l’opportuna domanda. Ma il barone non l’avrebbe sentito, e la corte lo avrebbe comunque condannato… Trecento rubli… Una gran somma. E quando si fermò a riflettere, Andriksons comprese che non li toglieva solo dalle sue tasche, ma anche da quelle della moglie e persino dei suoi figli. Lo prese un’indicibile amarezza, che nasce solo quando un uomo, nascondendolo persino a se stesso, scambia un’ingiustizia commessa con una pena. Andriksons proseguì. Il sole sopra i rami filtrava illuminando il sentiero, la resina profumava, qua e là si sentiva il canto di un uccello. Ad una versta di distanza il bosco si espandeva. Conquistava le zone muschiose e paludose, più uno stretto lago, simile ad una falce, ampie radure, piene di cespugli di noccioli e di mirtilli. Si vedeva che anche al bosco mancava da lungo tempo un vero padrone, qualcuno che se ne occupasse. Andriksons conosceva bene la foresta. Da ragazzino ci andava a cogliere i frutti di bosco ogni domenica.
Klaucēni si trovava non molto lontano da qui. Adesso c’erano mirtilli, lamponi, fragole mature, ed erano i suoi figli al posto suo che frequentavano quel bosco.
A fianco del sentiero si trovavano folti cespugli di menta. Andriksons in un altro momento le avrebbe raccolte volentieri, ma adesso si sentiva d’un umore proprio grigio. La sua fame aumentava, insieme al suo cattivo umore. I sentimenti di rammarico, soppressi, scavavano dentro la sua anima, e i suoi pensieri nei confronti del barone diventavano sempre più ingiusti e ostili. D’un tratto nel suo cuore s’accese un desiderio: “Potrei vendicarmi in qualche modo!” Ma non c’era nessuna possibilità.
Il barone era troppo in alto e troppo al sicuro, perché lui potesse toccarlo in qualcosa di doloroso… Andriksons si fermò, dopo essere giunto quasi a metà di una larga radura. Qui da ragazzo veniva spesso a gironzolare. Forse, per vecchia consuetudine, poteva fare un giro anche adesso, a vedere se fra i noccioli cresceva ancora qualche mirtillo. O se lungo quel pino dalla cima alta non fosse cresciuto qualche ramo dalla forma contorta e strana? Ma cos’era?… Una nuvola di fumo d’improvviso si alzò ai piedi del pino, Andriksons sentiva il silenzioso sfrigolare della fiamma e d’un tratto vide un uomo da terra saltare in piedi, correndo fra i noccioli, ne tagliava uno, correva indietro e come un pazzo cominciava a battere la terra. Più il fumo si espandeva, più l’uomo batteva veloce. In un attimo Andriksons lo vide. Quello velocemente girò sulla destra, saltò oltre il sentiero e scomparve fra i cespugli. Andriksons non voleva farsi notare lì, né chiamare aiuto. Se un uomo da solo non riesce a spengere un fuoco – che il bosco bruci! Che il fuoco distrugga il patrimonio del barone, come lui ha distrutto il patrimonio di Andriksons!
Con maggiore attenzione il contadino si mise ad osservare la battaglia. Sembrava come se il fuoco bighellonasse. Ben presto gli arrivò vicino ai piedi, a pochi passi da lui, davanti a lui, e presto anche dietro le spalle. L’uomo correva in su e giù, avanti e indietro, e alla fine dopo un grande sforzo sembrava che ne fosse uscito vittorioso. Pieno di sudore, nero per il fumo, se ne stava ritto e guardava se da qualche parte non continuasse a salire il fumo. Rimase ad osservare per un bel po’, poi sputò a terra, tirò fuori la pipa, si mise a fumare e spense il fiammifero premurosamente con le dita. Stette un altro momento a osservare che tutto fosse finito, e riprese il sentiero, da cui Andriksons era arrivato. Questi se ne stava nascosto, come raggelato. Davvero nessuna fiammella era rimasta in vita?… No, il fuoco era terminato… Ma forse da qualche parte c’era ancora qualche tizzone da cui poteva salire di nuovo una fiammella!… Andriksons aspettava, aspettava – il fuoco era stato spento davvero. Dannazione!… Guardandosi intorno con discrezione, Andriksons si aggirò nelle vicinanze, fino al luogo dell’incendio. Il bosco doveva bruciare! Un incidente casuale gli aveva mostrato come poteva vendicarsi del barone per la sua crudeltà! Vendicarsi senza neanche correre alcun pericolo. Poiché anche l’uomo che se ne era appena andato, tutto sporco e affumicato, penserà di essere stato lui ad aver causato l’incendio del bosco.
Quell’uomo viveva in una tenuta, pagava al barone una piccola pigione e raccoglieva d’estate i frutti di bosco e i funghi. Lui stesso penserà, che il bosco è bruciato per causa sua, e non negherà, poiché è davvero successo e lui con grande fatica lo aveva domato… Andriksons gettò di nuovo uno sguardo intorno, si chinò, accese tre fiammiferi in una volta, alimentò il fuoco con un po’ d’erba secca e gettò lontano i fiammiferi. Da ambo le parti le fiamme salirono e Andriksons di nuovo corse oltre il sentiero e fuggì nel bosco. Voleva correre veloce, ma come una forza magnetica lo costringeva a guardare verso la radura. Doveva vedere, come un diavolo giallo genera altri diavoletti, gialli, rossi, bluastri, che a grande velocità saltano, sfrigolano, volano. Davanti, a destra, a sinistra, nel mezzo, corrono via, sempre più forti e ruggenti e crepitanti. Non era passato neanche un minuto e già metà della radura era in fiamme. Gli uccelli si alzarono in volo per scampare alle fiamme, alcuni con le ali bruciate caddero dentro il fuoco, i corvi gracchiavano, una lepre scappava a grandi salti lungo il sentiero. Presto la radura fu completamente avvolta dal fuoco …. Un vento quasi impercettibile dava la direzione alle fiamme. E le spingeva verso i grandi alberi oltre la radura!… Proprio quello che voleva! Con questo desiderio aveva appiccato il fuoco con quell’erba secca! Che tutto il bosco bruci! Ma era proprio quello che voleva? Tutto il bosco, che si trovava per la maggior parte nella direzione in cui soffiava il vento, quindici verste di alberi secolari! Tutto il bosco, tutto! Terribile, terribile! Quale uomo potrebbe tollerare una visione del genere, un intero bosco in fiamme! No, no, non era questo che voleva Andriksons. Lui desiderava solo spaventare il barone, insegnargli cosa si prova quando il cuore subisce la ferita di un’ingiustizia, ma tutto il bosco… Signore iddio, questo davvero non voleva che accadesse. Dietro agli alberi, proprio di fronte alla radura, c’è il lago a forma di falce, lì il fuoco doveva fermarsi! Ma le fiamme si propagavano oltre le rive del lago! Si diffondevano con rapidità incredibile! Erano appena a metà della radura e già avevano avvolto un giovane abete, e subito dopo – ecco che il diavolo giallo ha preso i grandi abeti… Un senso di profonda agitazione scosse l’animo di Andriksons. Gli pareva che i capelli sotto il berretto gli si fossero rizzati tutti. Cosa aveva fatto! Cosa aveva fatto! Cosa gli aveva fatto il bosco, perché lui lo devastasse! Un bosco così grande e di tale bellezza! E il barone! Era stato davvero tanto crudele da meritarsi questa punizione? Ah, perché la mano dell’uomo non si secca nel momento stesso in cui compie una simile efferatezza!
Ma il fuoco si diffondeva sempre di più. Forse Andriksons doveva stare a guardare, finché quello prendeva il sopravvento su tutta l’ampiezza del bosco? O forse la foresta poteva ancora essere salvata?…
Salvare? Chi? Lui da solo?… Lui con l’aiuto di molti altri? Insieme a chi? Chiedere aiuto per affrontare un nemico che lui stesso aveva risvegliato? Se avesse chiesto aiuto allora il sospetto che fosse lui il colpevole dell’incendio sarebbe stato meno forte… Sì, sarebbe così… Delle persone abitavano in una casa vicina alla sua. Forza allora! Poteva correre per quelle verste che lo separavano dalla casa. E cominciò a correre.
Presto gli ultimi alberi della foresta furono alle sue spalle, e la calura di quel giorno d’estate cominciava a rendere l’aria afosa. Lui non ci faceva caso, pensava a correre sempre di più. Il sudore cominciava a scorrergli addosso, e il sangue pulsava sulle tempie, come se gli volesse strappare la testa. Sentiva una pressione dolorosa ai bulbi oculari, come se al posto delle orbite avesse due cavità. Ma non smetteva di correre. Nelle vicinanze di casa inciampò in una pietra e cadde lungo per terra. Non aveva più forza per rialzarsi, e restò disteso. Lo prese una certa piacevole sensazione. Col volto accaldato, premuto nell’erba calda, pensò: “Che bruci! Per me è lo stesso… Non ce la faccio più… Sono già mezzo morto..” Dopo un po’ riprese le forze, si mise a sedere e guardò verso il bosco. Una grande nuvola bianca di fumo si alzava in cielo. Andriksons si rimise in piedi. “Dio padre – mormorava – non lasciare che le fiamme passino oltre il lago! Dio padre, Dio padre!” E ricominciò a correre. Alla fine raggiunse casa. Nel cortile stava la sua giovane, bella moglie e guardava verso la foresta. “Il bosco brucia?” disse lei, con la voce a metà fra una domanda e un’affermazione. “Il bosco brucia” ripetè Andriksons. “Dove sono i bambini? Presto. La ragazza e tutti!”.
“Tutti? Che vuol dire tutti?… Dio santo, chi sei stato a cercare allora! Perché correvi? Che bruci pure! Già sta bruciando. Per il bosco del barone? Per questo correvi? Hai la faccia blu… Sarebbe stato meglio che tu cercassi i bambini”. “Dove sono! Dove sono adesso? Non sono a casa?”. “No, sono andati a cercare i frutti di bosco. Ho una tale agitazione in petto. Kārlēns ogni tanto prende i fiammiferi. Che solo non abbiano combinato qualcosa nel bosco”
“Ma dove sono andati nel bosco?” chiese Andriksons, che non poteva quasi più respirare. “Dove altro, se non per andare a cogliere i frutti di bosco?” rispose la padrona di casa. “Oddio, oddio!”. “Dove sono? Chiamali!” gridò il padrone di casa, con voce rotta e soffocata. “Bambini! Ragazza! Uomini, aiuto, aiuto!”. “Per amor di Dio, non strillare!” fece la donna. “Che ti succede ? Li chiamerò tutti qui. Se pure qualche abete brucia, che sarà mai. E’ un peccato affermarlo, ma la verità è che da questa disgrazia ne verrà fuori qualcosa di buono. Per la gente di qui ci sarà qualche ciocco per la legna da ardere a minor prezzo. Riprendi fiato, Jānis, dai riprendi fiato!”
Lei tornò dentro, e Andriksons prese a camminare per il cortile come un pazzo. Faceva un passo dentro casa, si alzava, si rimetteva a sedere, si alzava di nuovo, andando da una stanza all’altra. Tutte le stanze erano vuote. Il letto nell’angolo della camera – vuoto ! Cosa non avrebbe dato per trovare adesso i suoi due figli ! Le testoline bianche unite insieme, le giovani manine chiuse a pugno, con quelle piccole ditina… Il padrone cominciò a tremare.. Oh no, oh no… aveva terribili pensieri!
Barcollò di nuovo fuori e gettò lo sguardo verso il bosco. La nuvola di fumo era cresciuta. Dove si attardavano gli uomini! Ah, Dio, gli aiuti erano in ritardo, era già troppo tardi! Alla fine tutta la famiglia si era riunita, avevano preso pale e asce e tutti si avviarono, spinti incessantemente dal fattore, verso il bosco.
La padrona da parte sua rimase a casa. “Quando incontri i bambini, digli di tornare immediatamente a casa e non attardarsi nel bosco – hai capito? Hai capito Jānis!”, gli gridò dietro lei.
Nel frattempo l’incendio era sempre più vasto. Il fuoco aveva allungato i suoi tentacoli sopra il lago, conquistando le rive e adesso proseguiva la disputa, dividendosi in due rami. Andriksons, del tutto indeciso sul da farsi, se ne stava con i suoi sei uomini su un lato dell’incendio. Cosa potevano fare loro con le asce e le pale! Le fiamme saltavano di cima in cima sugli alberi, a terra bruciavano muschio e rami spezzati. Potevano forse tagliare gli alberi? O scavare fossi per fermare il fuoco? Suonava ridicolo. Ma qualcosa bisognava fare. E poi dov’erano i bambini? “Corri al castello Pēteris, e informali che c’è un incendio” ordinò Andriksons. “Chissà se hanno avuto qualche minino preavviso della disgrazia. Noi altri andiamo a cercare i bambini”. “Cercare i bambini? Ma i bambini saranno già a casa”. “Se fossero tornati a casa gli avremmo già incontrati. Cerchiamoli”.
Nessuno lo contraddiceva, poiché in effetti avrebbero dovuti incontrarli lungo la strada, a meno che non avessero preso un altro sentiero per tornare a casa. “Ma dove cercarli? Se erano corsi verso il profondo del bosco, erano certamente in salvo, il fuoco non poteva raggiungerli. Ma se le fiamme li avessero assediati nel golfo?” Questo terribile pensiero sembrava avesse attraversato le menti di ciascuno, dato che tutti, come ad un silenzioso comando, volsero lo sguardo verso il golfo del lago. Il viso di Andriksons si fece terreo. Questo poteva davvero essere successo! Se qualcuno di loro avesse potuto smentire questo pensiero, o riderci sopra, ma ancora sperava, poiché la speranza accoglie ogni cosa, anche le rassicurazioni più vuote, ma adesso lui sentiva come se da un momento all’altro coi propri piedi potesse calpestare le ossa bruciate dei suoi figli.
Soffocando un lamento, iniziò a cercare. Gli altri prudentemente evitavano quei luoghi dove ancora si alzava il fumo, Andriksons al contrario non si accorgeva neanche di dove andava. Scomparve fra gli alberi bruciati e si trovò presto sulla riva del lago. I ragazzi forse erano stati spinti dal caldo dell’incendio fino all’acqua – forse erano entrati in acqua, dato che alcuni giunchi a riva erano spezzati. Guardò in acqua, percorse tutta la riva del lago, fino al golfo, niente! Lasciò di nuovo il lago e tornò indietro verso i suoi, che si erano ordinatamente divisi lungo la radura, ispezionando tutto il luogo fin nelle vicinanze del golfo. Alla fine anche loro raggiunsero la riva del lago, senza aver trovato traccia dei ragazzi.
“Saranno già tornati a casa” disse una ragazza. “Bambini già così grandi… Non capisco proprio… sarebbe incredibile se non fossero riusciti a salvarsi”.
“Allora, Līze, vai a casa e guarda se sono lì, poi torna a dircelo” disse il padrone. “Vai, vai”. La ragazza partì, e quegli altri chiesero: “Ora cosa facciamo?”. “Non so”, rispose stanco Andriksons. “Cercate. Spegnete. Cercate di nuovo..”. “Ah padrone, i bambini saranno di certo già a casa. Sicuro. Ci stiamo spaventando per nulla”. “Pensi? Sì. Volessi iddio! Volesse iddio… Chissà se tutto il bosco è in fiamme?”. “Chi lo può sapere! Se il fuoco è così impazzito, e gli aiuti non arrivano, e si alza il vento.. il vento già soffia”. “Andiamo, andiamo”, disse Andriksons. “Dobbiamo cercare di spengerlo. Faremo quello che potremo”. Lasciarono il lago e iniziarono a scavare un fosso un bel pezzo sotto il limite dell’incendio. Non tanto lontano da lì, sentirono gridare e chiamare. Erano gli scavatori a chiamare, e il rumore si avvicinava. Sopraggiunse il guardaboschi con una folla di gente dal castello. Cercando di prevedere la corsa e la direzione del fuoco, il guardaboschi aveva condotto tutti ancora più in profondità nel bosco e mostrava i fossi da scavare e gli alberi da tagliare. Lui stesso poi corse via per andare ad aiutare dall’altro lato quelli che cercavano di domare il fuoco. “Dov’è il barone?” chiese la seconda servitrice di Andriksons ad alcuni ragazzi del castello. “E’ rimasto ad organizzare i messaggeri, per indicargli dove andare. Ancora stasera vuole chiamare a raccolta gli aiuti da tutta la contea. Presto sarà qui”. Dopo un breve momento arrivò un messaggio dal guardiaboschi, che due uomini forti accorressero in aiuto, il cavallo con il carro e la pompa non riusciva ad entrare nel fitto del bosco, e servivano uomini per spingere. “Vado io” disse Andriksons. “Chi altro viene?”. Si guardava intorno e, e non vedendo nessuno più forte del suo Pēteris, gli fece un cenno, ed entrambi partirono. Ma anche per la forza di un uomo era molto difficile spingere la pompa. A terra giacevano così tanti rami secchi e resti, al posto degli alberi c’era un densissimo accatastio di materiali, che alla fine si dovette rinunciare all’aiuto della pompa e pensare a qualcos’altro.
Proprio quando il guardaboschi ordinò di lasciar perdere, giunse a cavallo il barone. Vide che gli uomini erano ancora stanchi dallo spingere il carro, e notò accanto al guardaboschi Andriksons, con il volto sudato e trasfigurato. Tutta la sua rabbia nei suoi confronti fu come spazzata via di colpo.
“Ah, Andriksons” gridò e saltò giù da cavallo, “così fedele. Vi ringrazio, Andriksons, per aver dato l’allarme. Rimarchevole, da parte vostra. Davvero rimarchevole. Grazie”. E con passo veloce il barone raggiunse il fattore, afferrandogli la mano e stringendola forte.
“Signor barone…. Signor barone” fece Andriksons con esitazione “ho fatto… ho fatto.. ciò che..”. “Non lo dimenticherò, Andriksons. Ma adesso riposatevi. Sembra che abbiate lavorato a lungo”. “Ah, non sono stanco, signor barone, per niente…”
No, no, non vantatevi”. Il guardaboschi adesso informava che con con la pompa non c’era niente da fare e che dall’altro lato del bosco si stava scavando un fossato. Che gli aiuti si spostassero là, ordinò il barone, e Andriksons tornò indietro e si mise a scavare con tale vigore, come se la sua stessa vita dipendesse dalla lunghezza del fossato. Per un momento giunsero anche il barone e il guardaboschi. “Il puzzo di bruciato qui è già più forte di prima, signor barone” disse il guardaboschi. “Abbiamo combinato poco. Quei diavolli rossi hanno gambe troppo veloci”. “Avremo presto aiuti, i messaggeri avranno già avvisato diverse case”, rispose il barone e guardò verso la cima degli alberi. Era pallido, e le sue labbra sottili si contraevano nervosamente. Quindi si voltò verso i lavoratori, con l’intenzione di spronarli a lavorare con ancora più forza. Qui vide che un vecchio uomo si appoggiava fiaccamente alla sua pala. Il barone lo raggiunse, prese la pala, disse al vecchio un paio di parole gentili e iniziò lui stesso a scavare. Allora la gente riprese maggiore vigore. Solo Andriksons era come sospeso. Guardava con grande impazienza verso il lato da cui Līze doveva tornare, e non si accorgeva neanche dove andava a scavare con la sua pala. Alla fine Līze apparve fra gli alberi. Sembrava accaldata e confusa. „I bambini non sono a casa“ disse sottovoce, una volta raggiunto Andriksons. „Non ci sono?“ gridò lui. „I miei figli! I miei figli!“. „Che succede?“ chiese il barone, e qualcuno gli spiegò la faccenda. Il barone allora prese da parte Andrikson: „I vostri figli sono scomparsi, caro Andriksons?“ gli domandò.
„Sì signor barone“ rispose il fattore, controllandosi a fatica. „Stamani sono venuti qui a raccogliere frutti. E adesso non sono ancora a casa. Nella radura andata a fuoco c’era molta frutta“. „Adesso non pensate il peggio… no Andriksons, non bisogna subito arrivare alle peggiori conclusioni. I bambini saranno ancora in mezzo al bosco“.
„Ma allora qualcuno li avrebbe già visti“. „Non è detto. Potrebbero essersi diretti più in profondità nella foresta… Quanti anni hanno i vostri figli?“. „Il più grande adesso ne ha dieci“. „Ecco vedete. Dieci anni. Un ragazzino già grande. A quell’età si sa già come scampare al fuoco. No, no, tranquillizzatevi, Andrikson. Non sarà successo niente ai vostri figli“. „Vorrei tanto crederlo, ma.. ma.. signor barone mi permettete di andare a cercarli? Non riesco a lavorare più, se non so che fine hanno fatto i miei figli“. „Figurarsi, figurarsi, andate, andate e se volete, prendete qualche uomo con voi“ rispose il barone. „No, signor barone, io da solo…“.
Andriksons consegnò a Līze la sua pala e andò. Se fosse stato certo di essere solo, avrebbe volentieri gridato a gran voce il nome dei suoi figli nel bosco: ma si vergognava, temendo di essere sentito dagli scavatori. Invece se ne andava in giro con il suo muto dolore, e, solo una volta abbastanza lontano, a mezza voce li chiamo: „Jānīt! Jānit! Kārlit! Kārlit“. Ma era tutto vano.

Dopo aver cercato a lungo Andriksons tornò indietro verso la radura. Incontrava persone che accorrevano verso l’incendio, e a ognuno chiedeva se avessero visto due bambini. Nessuno sapeva che dire di loro. Lui sentì un grande rumore dalla parte dove si stava scavando il fossato, e indovinò che là si dovevano essere riunite già molte persone. Dunque il bosco forse era già salvo… Continuò oltre e raggiunse la lunga linea di fuoco, che senza sosta si dirigeva in avanti. Lui aggirò il fuoco e raggiunse la parte già bruciata della foresta. L’interno delle labbra morso dai denti, la testa un po’ infossata sulle spalle, come se si aspettasse di ricevere da qualche parte una botta, Andriksons scivolando fra i tronchi neri raggiunse la radura. Come per i daini, l’intrico complesso dei rami e ramoscelli gli si impigliava sulla testa. Il sole si stava ritirando, e nel bosco questa ramificazione creava uno strano tramonto. Anche il lago, perso il suo colore verde, appariva strano e sconosciuto. Al largo il suo centro bluastro brillava debole come un occhio che si spenge nella morte, a riva era di un nero cupo, con chiazze color ruggine. Si faceva sempre più silenzio, e alla fine una pace sepolcrale prese Andriksons. Qua e là ancora salivano sottili linee di fumo, da qualche ciuffo d’erba che d’improvviso prendeva fuoco, o da qualche ramoscello di lamponi, come se la fiamma si originasse da se stessa, qua e là risuonavano voci indistinte di quelli che lavoravano lontano, ma questo dava ancora più la sensazione di pace e tranquillità. Come schiacciato da un peso, Andriksons si alzò. Ai bordi della radura crollò e pianse. „Morti! Morti!…“ Il sole calava, il tramonto si stendeva sul bosco.
Andriksons ebbe un sussulto. Ancora a casa, a guardare di nuovo se i bambini non fossero tornati!
A passi lenti, raggiunse Klaucēni. Sua moglie sedeva sulla soglia della strada e lo osservava con lo sguardo fisso. Nello stesso tempo lui guardò la moglie. E lei iniziò a strillare.
„ E‘ finita! Finita“ esclamò lei. „Li hai trovati? Ah, i miei bambini, i miei piccoli, piccoli bambini!“
Entrò in casa, che era già stata completamente riordinata e predispose il lavoro del pastorello e della ragazza, perché non andassero a dormire e restassere entrambi in casa. Quindi loro lasciarono il cortile e se ne andarono via nel tramonto, la padrona davanti, il padrone dietro. A volte lei chiedeva, senza voltare la testa, qualche dettaglio sull’incendio della foresta, ma, era come incoscente, se non per ciò che era legato alla disgrazia, che poteva aver coinvolto i bambini.
Alla fine disse: „Il caldo li avrà costretti a entrare in acqua. Saranno annegati!“ Poi non pronunciò più parola, e si gettò sulle spalle un sottile bastone trovato sul ciglio del sentiero. Andriksons la lasciò fare. Si sentiva sfinito dalla fatica. Ormai tutto gli era indifferente. Se i bambini erano morti, non c’era tanta differenza, trovarli o non trovarli. Che sua moglie continuasse pure a cercare. Arrivato in riva al lago, Andriksons si fermò.
Lei lungo la strada tremava anche solo osservando l’acqua scura del lago.
Ma la donna senza indugio iniziò a perlustrare il fondo del lago, fin dove le consentiva la lunghezza del bastone. Avanzava piano piano, e piano piano, come ipnotizzato, il fattore la seguiva. Lui non pensava e non sapeva, ciò che stava facendo, ma lo faceva lo stesso. Alla fine, dopo diverse ore di ricerca, la donna trovò qualcosa di inquietante nell’acqua. Ad Andriksons cominciò a girare la testa, e sembrava vicino ad un collasso. In quel punto la moglie di nuovo mosse l’acqua e continuò a cercare oltre. Andriksons si girò dall’altra parte. Non riusciva a guardare. Senza dire parola, si trascinò via. Come un ubriacò camminava fra le fronde nere. Una mano d’acciaio sembrava stringergli il cuore, premendo sempre più forte. Una mano impietosa!… Lui gemette. Aveva un solo pensiero: „Perduto, è tutto perduto!“. Andava e andava, si fermava, si appoggiava a qualche albero, guardava in terra e ripartiva di nuovo. Perduto, tutto perduto… Infine si ritrovò di nuovo nei pressi dell’incendio. Pareva sorprendente come le fiamme avessero raggiunto l’altezza degli alberi, come i rami bruciavano e infinite scintille cadevano a terra da ogni parte. Era proprio come se avesse davanti agli occhi un gioioso e divertente spettacolo di fuochi d’artificio. Ma poi non era forse così? Non c’erano poco lontano da lì persone che gridavano e cantavano? L’attenzione di Andriksons fu destata, si mise in ascolto e iniziò quasi senza volere ad avvicinarsi. Dopo un po’ si ritrovò in uno dei fossati appena scavati, e si mise di nuovo a camminare avanti e indietro lungo la linea taglia fuoco. Così il fuoco era stato delimitato, e la foresta salvata. Non sarebbe stato meglio se la foresta fosse bruciata del tutto e avesse raggiunto e distrutto la sua casa? E fino a casa, sua moglie che immersa nell’acqua nera, cercava, pescava, e anche lui stesso.. non era meglio se si fosse impiccato? Sarebbe stato forse meglio, ma aveva ancora abbastanza tempo per riflettere. Voleva tornare indietro, quando uno degli uomini gli disse: „Ehi tu! Vai già a a casa?“. Ad Andriksons non andava di rispondere e restò in silenzio. Ma quello gridò di nuovo: „Vai già a casa?“
“No“, rispose Andriksons. „Di quale casa sei?“ chiese quello forse per cercare di iniziare un dicorso. „Di Klaucēni“. „Di Klaucēni? Hai mica incontrato il padrone di Klaucēni?“. „Sono io il padrone di Klaucēni“. „Ah così! Il barone ti cerca. Vai là dove l’incendio era più grande“.
“Il barone? Che vuole da me il barone?“. „Non so. Da lui ci sono un paio di bambini“.
“Bambini? I miei bambini?“. „Tuoi non so, ma comunque“.
Andriksons corse via. In pochi minuti si ritrovò nei pressi del rogo, dove si era radunata una gran folla che sedeva a mangiare panini e bere birra. Poco lontano bruciava un incendio più piccolo. Qui sedeva il barone, il guardaboschi, l’amministratore del castello, e sì – quelli erano loro, quelli erano loro! Con i piedi che neanche più gli obbedivano, Andriksons corse verso di loro. Vedendo il fattore, il barone si alzò in piedi.
„Dove eravate, Andriksons, dove eravate?“ chiese felice. „E‘ da tanto che vi aspettavamo! Non vi avevo detto forse che questi bricconi sono troppo furbi per finire bruciati da un incendio! Si erano soltanto smarriti. Ma certi incidenti non capitano solo ai piccoli. Li ho trovati per fortuna. Prendeteli e portateli a casa, per far stare tranquilla anche vostra moglie“. Sorridendo il barone consegnò ad Andriksons i bambini, e fu come se lui stesse riprendendo dalle mani del barone la sua stessa vita. Singhiozzando sommessamente, abbracciando il ragazzo più grande che aveva alla sua sinistra, scivolò a terra davanti al barone: „I miei bambini… signor barone.. i miei bambini..“ Si strinse i figli al petto e poi strinse la mano al barone.
„Signor barone… signor barone…“
„No, no Andriksons. Se volete ringraziarmi – non dite niente. Io non ho fatto niente, per cui dobbiate ringraziarmi“ fece il barone. „No barone, non sapete… Mi avete ridato i miei figli e io… e io…“ Restò in silenzio.
Ma nessun limite attraverso la sua mente superava quel felicissimo e sacro sentimento; non più legata, voleva che la sua anima fosse libera, pulita, salvata da qualsiasi cattivo e pesante segreto! La punizione per la propria colpa Andriksons in quell’istante l’avrebbe ricevuta come una gioia!… E le parole finora trattenute, eruppero sulle sue labbra: E io.. e io… picchiatemi, signor barone, picchiatemi…“
„Venite qua, caro Andriksons, venite qua, caro Andriksons“ disse il barone e posò le sue mani sulle spalle del contadino per confortarlo.
„Non così – picchiatemi, sono un cane!“. „Cosa?…“ Si scambiarono uno sguardo. Il barone si ritrasse.
„Io sono stato… io sono…“
„Andriksons!“ gridò il barone, tirandosi indietro rapidamente e colmo di dolore ripeté:
„Andriksons, Andriksons!“.

Trad. Paolo Pantaleo 
– [Diritti riservati]

Titolo orig. “Andriksons” – Rūdolfs Blaumanis (Jaunā Raža 1899)

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 11, 2014 da in Rūdolfs Blaumanis con tag , .

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